Prima il fulmine, e poi il tuono. E, fra l’uno e l’altro, un segreto che mi torna alla mente. Ero piccolo e c’era un temporale. Il temporale disse qualcosa di ovattato. Prova a prendermi, forse, e poi si chinò, sfiorandomi l’orecchio come faceva sempre mio fratello Dane. Bisbigliava. Il fiato che arrivava caldo e umido al mio orecchio. Il temporale iniziò a parlare. Volete sapere cosa disse? Ascoltate.
Cose del genere, temporali parlanti mi capitano spesso. Per esempio, considerate la polvere qui nella mia stanza d’albergo. Ogni singola particella dice qualcosa mentre fluttua negli ultimi raggi di sole, pallide lame che fendono le tende chiuse. Guardate la polvere. È dappertutto. Questo è un minuscolo brandello di una donna di Bath Beach che si è fatta la messa in piega due giorni fa, perdendo qualche frammento di cute. Ha impiegato due giorni ad arrivare, ma finalmente è qui. Era inevitabile perché il mio albergo è come la lingua appiccicosa di un ranocchio protesa lassù, sopra Manhattan, a catturare la città una particella vagabonda dopo l’altra. […] E, naturalmente, ci sono anch’io. Nikola Tesla, serbo, inventore di fama mondiale, un tempo applaudito, un tempo visitato da re, scrittori e artisti, pesi welter, scienziati di ogni sorta, giornalisti vincitori di prestigiosi premi, ambasciatori, mezzisoprani e ballerine. […]
Questo accadeva qualche tempo fa. Adesso, di solito, non viene a trovarmi nessuno. Sorseggio il mio brodino vegetale e tendo l’orecchio in attesa che qualcuno bussi alla porta, o anche solo di sentire passi nel corridoio. Il più delle volte è una cameriera che fa il giro delle stanze. Qui sono dimenticato da tutti. Abbandonato a parlare con i temporali, a studiare i misteriosi motivi disegnati dalla polvere dei morti sospesa nell’ultima luce del giorno.
Samantha Hunt, L’inventore della luce
